Web Marketing

3 Semplici Strategie di Retargeting Facebook

In questo articolo andremo ad analizzare delle semplici strategie di retargeting Facebook adatte per tutti coloro che stanno per lanciare una campagna con Facebook Ads.

Le campagne di retargeting sono spesso quelle più efficaci in ogni strategia di marketing, costano meno rispetto alle tradizionali campagne e hanno costi di conversione spesso minori.

Questo perché il target è composto dall’utenza che ha già visitato il tuo sito web e che già conosce il tuo prodotto (conosce già il tuo brand), quindi è un’utenza molto più informata e pronta per un eventuale acquisto.

Tuttavia, teniamo sempre presente una cosa, per ottenere i migliori risultati dalla nostra campagna di retargeting, oltre alle giuste strategie, è necessario avere un buon afflusso di utenti (meglio se nuovi) sul sito web, che sia tramite SEO, tramite social network o tramite altre campagne (ad esempio Google Ads).

Infatti, senza un flusso di nuovi utenti, diventa difficile impostare una strategia di retargeting Facebook che per l’appunto si basa sugli utenti che hanno visitato il sito (o su segmenti di pubblico simili).

Andiamo ora ad analizzare le 3 semplici strategie di retargeting facebook. Ben inteso, sono strategie per chi è alle prime armi e sta giusto iniziando con le campagne di retargeting.

Svilupperò più avanti un articolo con strategie più avanzate che ne sia il naturale proseguimento.

Iniziamo dalla prima!

1 – Chi ha guardato una pagina specifica

La forma più tradizionale di retargeting è quella di mostrare nuovamente la pubblicità di un prodotto ad un utente che ha già visitato il sito e ha già compiuto qualche azione.

Chiaramente, bisogna aver ben presente il proprio funnel di vendita e capire a che punto è il nostro potenziale cliente per offrirgli l’annuncio più adatto a lui.

Stava “solo” leggendo la landing page? Osservava i prezzi dei vari prodotti? Era interessato a qualcosa in particolare? Ad ognuno il suo!

Creare un’audience (un pubblico) per chi ha già visitato una pagina del sito è molto semplice e analogo a Google Analytics.

Assicuriamoci per prima cosa di avere Facebook Pixel installato sul nostro sito web, in modo da poter dare a Facebook i dati sugli utenti che navigano sul nostro sito.

Creiamo un pubblico personalizzato, scegliamo Traffico dal Sito Web e, in seguito, tra le diverse opzioni proposte clicchiamo su “Persone che hanno visitato pagine Web specifiche“. L’intervallo di tempo di default è 30 giorni ma vi consiglio, specialmente per i piccoli siti web che non hanno molto traffico, di ampliarlo fino a 90 giorni.

A questo punto nel campo di testo sottostante, specificate l’URL della pagina che il visitatore deve aver visto (nel nostro esempio la pagina contatti).

Un consiglio, prima di creare il pubblico, assicuriamoci anche di inserire le giuste esclusioni. L’errore classico è di mettere nel nostro target anche persone che in realtà sono in un altra fase del funnel (ad esempio hanno già comprato o ci hanno già chiesto informazioni).

2 – I vecchi Clienti

Spesso è più semplice convincere i nostri vecchi clienti a comprare nuovamente, piuttosto che trovarne nuovi. Possiamo anche proporgli degli sconti esclusivi per il secondo ordine con codici promozionali.

I passaggi per implementare questa strategia sono molto simili a quello analizzati nel punto 1.

Assicuriamoci di avere una pagina dedicata, come una pagina di ringraziamento, dopo che l’utente ha finalizzato l’acquisto, in modo da poterlo distinguere da un visitatore qualunque.

A questo punto, creiamo sempre un pubblico personalizzato in base al traffico del sito web, selezioniamo sempre l’opzione “Persone che hanno visitato pagine Web specifiche” e inseriamo nel text box sottostante l’url della pagina di ringraziamento.

Non ci resterà che preparare delle campagne attrattive per i nostri clienti!

3 – Liste di Email

Un’altra strategia di retargeting Facebook semplice ma efficace è quella di importare liste di email dei nostri utenti/visitatori (ottenute tramite newsletter, form e simi) e mostrare i nostri annunci solo a questi utenti.

In questo caso l’utente sta già considerando il nostro prodotto, infatti ci ha lasciato la sua email. In più, in base al form compilato o alla newsletter a cui si è iscritto, abbiamo già una prima segmentazione per interesse.

Premetto che, specialmente dopo l’introduzione del GDPR, è fondamentale avere il consenso da parte dell’utente per usare l’email a scopo di marketing.

Anche per questa strategia, dobbiamo creare un pubblico personalizzato e scegliere l’opzione File Clienti. A questo punto Facebook ci dà due opportunità: la prima è aggiungere i clienti tramite nostro file in .txt o .csv che dovremo caricare (con la possibilità di inserire anche il Customer Lifetime Value), la seconda è di importare direttamente da MailChimp la nostra lista.

La seconda, seppur più semplice, è vincolata alla piattaforma di email marketing utilizzata.

La prima, invece, è aperta a tutti, è sufficiente utilizzare un comando di esporta contatti in .csv che è presente in qualunque sito o app di raccolta / gestione email.

Una volta caricato il file dovrete occuparvi di mapparlo, cioè segnalare a Facebook a cosa corrisponde ogni campo del vostro file .csv.

A questo punto il gioco è fatto, possiamo creare i nostri annunci utilizzando come target audience le persone che ci hanno lasciato l’email.

Queste sono strategie di retargeting Facebook basilari, ma comunque molto efficaci. Prima di passare a strategie più avanzate, assicuratevi di averle testate efficacemente. Spesso le strategie più semplici sono anche quelle più profittevoli.

Se avete delle domande, volete chiarimenti o aggiungere qualsiasi cosa commentate in fondo al post oppure scrivetemi un email tramite il form contatti

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COME E' CAMBIATO IL WEB DOPO IL GDPR
Web Design

Come è Cambiato il Web dopo il GDPR?

Il grande giorno ormai è passato, il 25 Maggio tutti i siti web che trattavano dati di utenti europei si sono dovuti adeguare al nuovo regolamento per la privacy

In Italia, l’8 Agosto il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo definitivo.

Ma come è cambiato il web dopo il GDPR?

Avevo già dedicato un articolo sulla nuova legge che suggeriva i migliori strumenti per adeguarsi al GDPR.

In questo, invece, vedremo quali sono state le conseguenze, a livello di sviluppo dei siti web e di user experience, che il GDPR ha portato con sè.

Bisogna sempre tenere presente, però, che una buona parte di siti internet ancora non si è adeguata alla nuova normativa.

Già prima del 25 Maggio alcuni studi avevano mostrato come moltissime aziende non erano pronte all’entrata in vigore del GDPR.

Uno studio di Aprile del Ponemon Institute (1) mostrava una sostanziale parità tra i siti web pronti per il 25 Maggio e quelli che, invece, erano in ritardo.

Quando pensi di poter rispettare il GDPR? Ponemon Institute

Un altro studio di vpnMentor (2) , invece, attestava al 34% i siti europei già pronti per la riforma.

L’Italia, secondo il sondaggio, era uno dei paesi più virtuosi con il 51% di siti web in regola, dietro solo a Germania e Austria.

Sondaggio vpnMentor su 2500 siti web

Ad oggi, bastano poche ore di navigazione per rendersi conto che molti siti, specie di piccole e medie imprese, non si sono ancora adeguati in maniera completa al GDPR.

Pertanto, in questo articolo non analizzeremo la situazione finale ma i trend che si stanno sviluppando in questo periodo post GDPR.

Questi saranno, probabilmente, più delineati quando tutti i siti saranno in regola con la nuova normativa sulla privacy.

Iniziamo analizzando uno dei lati negativi, cioè l’oscuramento di alcuni siti web che non si sono ancora adeguati (o, più semplicemente, non intendono farlo).

Siti Oscurati dopo il GDPR

Il 25 Maggio diversi siti (specialmente nord americani) hanno smesso di “esistere” per tutti i paesi europei.

Da siti d’informazione a giochi multiplayer online e servizi. Si contano almeno 1000 siti di notizie di tutto il mondo oscurati in UE (3).

Il sito del Los Angeles Times

Diverse agenzie che hanno preso questa decisione, come la Lee Enterprises e la Tronc, gestiscono decine di quotidiani online (tra cui il Los Angeles Times) e non hanno intenzione di fare dei cambiamenti.

Del resto, dal loro punto di vista, l’utenza proveniente dai paesi UE non è sufficiente a coprire le spese per l’adeguamento alla nuova normativa e, di conseguenza, hanno preferito oscurare il sito agli utenti europei.

Stessa cosa per alcuni videogiochi come Ragnarok Online, che ha chiuso i suoi server EU (4), o Super Monday Night Combat, che, invece, ha proprio cessato di funzionare dopo il GDPR (5) .

Super Monday Night Combat

Questo misure drastiche potrebbe pian piano estendersi nel caso in cui le sanzioni dovessero venire applicate o, più in generale, con l’aumentare della consapevolezza della problematica da parte dei proprietari di siti al di fuori dall’UE.

Immaginiamo un sito di una piccola-media impresa americana, che non fa affari con l’Europa. Che senso avrebbe per questa un adeguamento al GDPR? Sarebbe uno spreco di soldi e risorse.

Immagino che questa chiusura di siti non fosse prevista da parte dei legislatori ed è, a mio modo di vedere, una delle conseguenze più tristi dall’introduzione del GDPR perché rende internet un po’ più “chiuso”.

Come è cambiata la User Experience dopo il GDPR

Se non siete rimasti senza internet nel corso degli ultimi mesi, avrete sicuramente notato, almeno nei portali più famosi come Facebook e Google, l’apparire di popup per informare l’utente sui cookie, su come vengono gestiti i dati e molto altro.

Insomma, si tratta, per l’appunto, dell’adeguamento da parte delle grandi aziende al GDPR.

Da ciò, si possono trarre due conclusioni.

La prima è che, chiaramente, l’adeguamento al GDPR rappresenta un “ostacolo” in più nella fruizione del sito. Infatti, dato che il consenso dell’utente dev’essere esplicito, il sito prima caricherà il popup o la pagina dedicata al GDPR e, in seguito, mostrerà il contenuto reale.

Il tutto per essere in regola con il Considerando 32 del GDPR:

Il consenso dovrebbe essere espresso mediante un atto positivo inequivocabile con il quale l’interessato manifesta l’intenzione libera, specifica, informata e inequivocabile di accettare il trattamento dei dati personali che lo riguardano, ad esempio mediante dichiarazione scritta, anche attraverso mezzi elettronici, o orale.

Considerando 32 del GDPR

Una volta che tutti i siti si saranno adeguati, l’aprirsi di un popup per ogni sito visitato potrebbe rivelarsi abbastanza scocciante.

Peraltro si limita, in questo modo, la possibilità di aprire altri popup del sito (che io comunque, in genere, sconsiglio) a meno che non si voglia “bombardare” l’utente e infastidirlo di conseguenza.

La seconda, invece, è una maggiore consapevolezza, da parte degli utenti, di come vengono utilizzati i loro dati da parte dei siti web che visitano.

Non solo, gli utenti ora sono posto davanti ad una scelta, quali dati vogliono condividere con il sito web che visitano?

E le risposte potrebbero non sorprendervi, uno studio di PageFair (6) mostra come il 56% degli intervistati rifiuterebbero qualunque tipo di tracciamento a meno che questo non sia necessario per il servizio richiesto. E ancora, sulla condivisione con servizi terzi delle abitudini degli utenti, solo il 21% sarebbe disposto a condividerle.

Sondaggio PageFair

Andiamo ora ad analizzare la user experience offerta dai siti in ottemperanti al GDPR, andando ad analizzare le opzioni che ha l’utente per evitare il tracciamento pur fruendo i contenuti del sito web.

In altre parole, cosa può fare l’utente che rifiuta il tracciamento (o anche alcuni cookie in particolare), oltre ovviamente a navigare altrove?

Per semplicità ho diviso questi siti in 3 macro categorie.

1 – O Accetti O sei “fuori”

La prima categoria rappresenta i siti web sopra citati, che permettono la navigazione solo previo consenso dell’utente alle condizioni di privacy.

Uno di questi, molto famoso nell’ambiente del web marketing, è Crazy Egg.

Sito Web Crazy Egg

Come si può vedere dall’immagine, il contenuto viene messo in secondo piano da un pannello centrale riguardante la privacy.
Se non si accettano le condizioni, non c’è modo di navigare il sito e l’utente è costretto a navigare da un’altra parte.

Da notare anche che, almeno per il momento, non è possibile selezionare quali cookie ricevere, o si ricevono tutti oppure non viene consentito l’accesso.

2 – La Privacy a Pagamento – Freemium

Nella seconda categoria, rientrano i siti che propongono una versione a pagamento per non ricevere cookie (o monitoraggio) da terze parti.

Tra questi il Washington Post e Accuweather.

Washington Post Home Page – Versione EU a pagamento

Come potete constatare dall’immagine (o navigando), il WP dà 3 diverse opzioni: opzione gratuita con cookie compresi, abbonamento con cookie compresi oppure un abbonamento più caro (chiamato Premium EU appositamente) senza pubblicità sul sito né tracciamento.

Accuweather, invece, semplifica il tutto con una versione gratuita con cookie e una versione a pagamento senza cookie di tracciamento.

Accuweather Home Page – GDPR Popup

Chiaramente tutti quei siti che si sostengono tramite pubblicità online o per i quali la pubblicità rappresenta buona parte dell’introito, non hanno molte alternative al presentare una sorta di versione Freemium.

Il problema, però, è che qui a pagamento non c’è qualche aggiunta speciale o qualche funzione in più, ma la nostra privacy.

Il rischio per l’appunto è che la privacy diventi un servizio disponibile per pochi e che, quindi, l’anonimato nel web possa essere solo a vantaggio delle persone più abbienti.

Per cercare di risolvere questa problematica, alcuni browser come Firefox e Safari stanno sviluppando dei sistemi per bloccare il tracciamento in maniera automatica (7).

Tuttavia, questo braccio di ferro potrebbe continuare, visto che i web developer hanno a loro disposizione molte armi per capire la versione del browser utilizzato e correre ai ripari.

3- Massima Scelta sui Cookie

Vediamo adesso la terza categoria, questa comprende siti come Oracle e Philips. Per lo più sono siti vetrina che vendono prodotti fisici, quindi i loro introiti non avvengono (almeno non principalmente) tramite il sito web.

Queste aziende sono quelle che, a mio modo di vedere, hanno implementato il GDPR nella maniera più corretta, lasciando all’utente la possibilità di selezionare i cookie che vuole mantenere e quelli che vuole rifiutare.

Partiamo da Oracle, che ci permette di selezionare i cookies funzionali e quelli pubblicitari, sono invece obbligatori i cookie richiesti.

Sito Oracle – Integrazione del GDPR

Dopo aver provato tutte e 3 le “soluzioni” proposte, ho riscontrato che la differenza in termini di cookie totali è parecchia.

Soli 16 cookies, tutti di Oracle, per la versione meno invasiva, per arrivare ai 98 cookies dando il consenso a tutte le voci.

Il sito Oracle con solo cookie necessari

Il sito con tutti i cookie attivati

Interessante anche l’integrazione proposta da Philips, che suddivide i cookie in necessari, di analisi, social media e pubblicitari.

Man mano che restringiamo la selezione, ci vengono forniti dettagli su quali funzioni verranno meno a causa della nostra scelta.

GDPR implementato da Philips

In questo caso la versione “completa” ha 41 cookies, quella più “sicura” invece ne ha 17.

Una piccola nota di fondo per entrambi i siti: il rispetto delle nostre scelte in termini di privacy si “paga” dovendo aspettare alcuni secondi di elaborazione prima di poter fruire il sito.

Infatti, questi siti sono pensati nella versione completa con tutti i cookie presenti. Per soddisfare le nostre esigenze questi vengono modificati, lasciando però, per qualche secondo, l’utente in attesa. Una situazione che, indubbiamente, peggiora la user experience.

In sintesi, abbiamo visto che adeguare i siti web al GDPR è possibile, comunicando ai propri visitatori il messaggio in maniera chiara, trasparente e senza rovinare troppo la User Experience.

Chiaramente, per quei siti che trattano solo marginalmente i dati di utenti UE e per quelli che si mantengono con la pubblicità (e relativi cookie), l’adeguamento diventa a spese dell’utente.

Vediamo, ora, il terzo e ultimo aspetto cioè come il GDPR ha cambiato lo sviluppo dei siti web e in che modo si sono adeguati gli sviluppatori.

Tralascio volutamente il lungo capitolo marketing dopo il GDPR, a cui probabilmente dedicherò un articolo a parte quando la situazione sarà più definita.

Com’è cambiato lo Sviluppo Web dopo il GDPR

Abbiamo già visto come, per poter implementare il GDPR e consentire la scelta dei cookie da parte dell’utente, sia ora necessario progettare un sito che possa funzionare anche se con delle limitazioni.

Questo ha portato ad una generale diminuzione e ad un maggior controllo dei cookie (a volte inutili) presenti sui siti.

Uno studio del Reuters Institute (8) relativo ai siti d’informazione, mostra come i cookie di terze parti, spesso più facili da controllare, siano diminuiti del 22% dopo il GDPR.

Cookie di Terze Parti, differenza tra Aprile e Luglio

Un grande calo lo si è visto per i cookie di Facebook (e in generale quelli relativi ai social media) e per i cookie di OAth (di cui fa parte Yahoo!).

Google è rimasto stabile nella sua presenza su altri siti, anche grazie agli sforzi fatti per l’anonimizzazione dell’utente nel tracciamento con Google Analytics.

Cookie di Terze Parti presenti nei siti in percentuale, Aprile – Luglio 2018 – Reuters Institute

Un altro aspetto, invece, è quello già trattato in un altro articolo dei tool per l’integrazione del GDPR.

Lo sviluppatore web si è dovuto, quindi, adattare ai nuovi cambiamenti inserendo nel proprio toolbox anche tutto ciò che riguarda il GDPR.

Infine, la questione del data breach e di rendere disponibili all’utente i dati conservati apre due interessanti prospettive per tutti gli sviluppatori.

Sulla possibilità da parte degli utenti di scaricare i loro dati immagazzinati dai siti, alcuni servizi si sono già portati avanti. Ad esempio WordPress nella sua versione 4.9.6 consente allo sviluppatore di ricevere richieste da parte degli utenti e di scaricare facilmente tutti i dati a loro collegati.

Immagino che questo possa portare anche ad una diminuzione di meccanismi di registrazione/login, in alcuni casi davvero poco utili e di un rilancio all’anonimato.

Sul data breach bisogna analizzare due fronti:
Il primo riguarda la sicurezza del sito per far si che non ci siano violazioni di dati da parte di malintenzionati.

Un potenziamento generale della sicurezza in internet è sicuramente benvenuto.

Il secondo riguarda cosa fare in caso di data breach.

Uno studio dell’inizio 2018 di Risk Based Security (9) mostra come, nonostante il trend sia positivo, nei primi 3 mesi dell’anno sono avvenute ben 686 breach che hanno esposto più di 1 miliardo di dati degli utenti.

Data Breach nel Q1 degli ultimi anni

Allo stesso modo, i tempi di notifica all’utente, nonostante siano migliorati rispetto al passato, rimangono ancora troppo alti, 38 giorni in media passano dall’attacco alla notifica.

Su questi aspetti gli sviluppatori e i proprietari di siti web possono fare ancora molto in fase di monitoraggio, prevenzione e aggiornamento dei sistemi.

Ho raccolto qui qualche pensiero personale sulla situazione di internet del periodo dopo l’introduzione del GDPR. Spero di avervi lasciato qualche spunto di riflessione e di approfondimento!

Se avete delle domande, volete chiarimenti o aggiungere qualsiasi cosa commentate in fondo al post oppure scrivetemi un email tramite il form contatti

Fonti:

1 Studio Ponemon
https://iapp.org/media/pdf/resource_center/Ponemon_race-to-gdpr.pdf
2 Studio vpnMentor https://www.vpnmentor.com/blog/report-only-34-percent-of-websites-in-the-eu-are-ready-for-gdpr/
3 Siti Web non Visibili dopo il GDPR  
https://data.verifiedjoseph.com/dataset/websites-not-available-eu-gdpr
4 La chiusura dei server Ragnarok https://www.rpgsite.net/news/7102-ragnarok-online-servers-to-shut-down-in-most-of-europe
5 Super Monday Night Combat https://steamcommunity.com/app/104700/allnews/
6 PageFair Research https://pagefair.com/blog/2017/new-research-how-many-consent-to-tracking/
7 Firefox blocca gli AdTracker https://www.cwi.it/internet/browser-web/firefox-blocca-default-ad-tracker-114834
8 Studio del Reuters Institute https://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/risj-review/third-party-cookies-down-22-europes-news-sites-gdpr?mod=djemCMOToday
9 Risk Based Security – Statistiche sul Data Breach 
https://pages.riskbasedsecurity.com/2018-q1-breach-quickview-report

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Reindicizzare una pagina su Google
Web Marketing

Come Chiedere a Google di Reindicizzare una Pagina

Dopo aver cambiato il design di un sito web o aver aggiornato il contenuto di una pagina, il primo desiderio è sempre quello di vederla indicizzata su Google, il più importante motore di ricerca, ma come si può chiedere a google di reindicizzare una pagina già presente nel proprio database?

Vediamo in questo articolo 2 metodi per raggiungere il nostro obiettivo.

Premetto che:

1) Usare questi due metodi non porta ad una reindicizzazione immediata né tantomeno garantisce alcunché.
Google ha i suoi meccanismi di funzionamento e, nonostante questi metodi siano suggeriti da Google stesso nella guida ufficiale per i webmaster, non dà alcuna indicazione sulle tempistiche di reindicizzazione delle pagine inviate.

Personalmente, ho sempre notato una reindicizzazione più veloce, spesso in meno di 24 ore, anche se servirebbe uno studio più approfondito per capire quale sia il reale effetto.

2) Anche se non farete nulla, se la pagina che volete reindicizzare è ben linkata all’interno del vostro sito o se riceve backlink da altri siti, Google la reindicizzerà.
Potrebbe servire più tempo, ma basterà solo aspettare.

Questo vale specialmente per coloro che hanno siti medio-grandi e che, ovviamente, non possono manualmente segnalare a Google un sito o una pagina tutte le volte che un contenuto viene aggiornato.

Vediamo, invece, per chi vuole essere attivo, cosa si può fare per chiedere a Google di reindicizzare una pagina del nostro sito web.

Essenzialmente i metodi sono 2:

  1. Si può chiedere di reindicizzare una pagina tramite la Google Search Console con la “Richiesta di indicizzazione
  2. Si può inviare una Sitemap aggiornata a Google

Vediamo il primo, più semplice ed immediato.

 

Reindicizzare una Pagina tramite Google Search Console

Requisito fondamentale di questo metodo è, ovviamente, aver registrato il sito web come proprietà in Google Search Console, così da poter sfruttare questa opzione.

Se non l’avete ancora fatto, lo consiglio fortemente perché potrete vedere molti dati interessanti sul vostro sito web (al di là di questa specifica opzione per la reindicizzazione).

A questo punto colleghiamoci al sito della Search Console, assicurandoci di essere nell’account con cui si è registrato il sito.

Clicchiamo sul nome del sito per aprire la schermata relativa ai suoi dati di ricerca e di scansione da parte di Google.

In questo tutorial farò ancora riferimento nelle immagini alla vecchia grafica sia per il metodo 1 che per il metodo 2. La nuova interfaccia (che personalmente mi piace) non è ancora in una versione stabile e potrebbe subire diversi cambiamenti.

Ora che siamo nella pagina di Search Console dedicata al nostro sito clicchiamo sulla voce Scansione e, nel menù a tendina che apparirà, sulla voce Visualizza come Google.

Nella nuova pagina che si sarà aperta, inseriamo il link nell’unico campo possibile e clicchiamo su Recupera (Recupera e Visualizza permette di vedere la pagina come Google Bot, ma nel nostro caso non è necessario).

Una volta terminato il processo di recupero da parte della Search Console clicchiamo sul pulsante “Richiesta di indicizzazione“.

Apparirà un popup, confermiamo di non essere un robot e scegliamo se reindicizzare solo la pagina inviata oppure la pagina inviata e i link diretti. Clicchiamo su Vai e la procedura è terminata.

Google è stato avvisato, ora dovremo solo aspettare che indicizzi la nostra pagina!

Reindicizzare una Pagina tramite Sitemap

Il secondo metodo consiste nell’inviare la sitemap del proprio sito a Google per informarlo dei cambiamenti effettuati.

Creare una sitemap è molto semplice, se avete WordPress esistono vari plugin, come Seo Yoast, che la creano automaticamente, altrimenti potete usare servizi gratuiti online come XML Sitemaps.

E’ possibile inviare la sitemap del proprio sito in 3 modi differenti:

  1. Utilizzando nuovamente la Search Console
  2. Inviando a Google una richiesta GET
  3. Specificando l’indirizzo della sitemap nel file robots.txt

Le opzioni 2 e 3 non hanno bisogno di molte spiegazioni oltre a quelle fornite dalla guida ufficiale sopra linkata, per questo motivo mi concentrerò solo sulla prima.

Assicuriamoci di essere nuovamente nella dashboard della Google Search Console (interfaccia vecchia).

Clicchiamo, ancora una volta, su Scansione e poi su Sitemap.

La pagina che si apre mostrerà tutti i dati relativi alle sitemap che avete inviato, quando è stata elaborata l’ultima volta, quante pagine sono indicizzate e così via…

In alto a destra c’è un pulsante rosso “Aggiungi/Testa Sitemap“, cliccandolo si aprirà un piccolo pannello con un campo, dove inseriremo il link della sitemap del nostro sito.

Clicchiamo sul pulsante Invia (Verifica serve solamente a rilevare la presenza di errori o meno nella sitemap) e il gioco è fatto.

Sia chiaro che questi due metodi non sono esclusivi.
Utilizzarne uno, non preclude l’utilizzo dell’altro, potete tranquillamente usarli entrambi allo stesso momento.

Questi sono i metodi più semplici ed efficaci per minimizzare il tempo di reindicizzazione di una pagina su Google.

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Segmenti di Pubblico Giusta Misura
Web Marketing

Segmenti di Pubblico Analytics: La Giusta Misura

I segmenti di pubblico Analytics sono uno degli aspetti più interessanti delle campagne di remarketing di Google Ads.

Non è facile, infatti, stabilire la giusta dimensione di questi segmenti. Non devono essere troppo specifici né troppo allargati, non troppo semplici ma neanche troppo complessi.

Insomma, il trucco per renderli utili è trovare la giusta via di mezzo.

Vediamo quali parametri considerare.

Cosa sono i Segmenti di Pubblico

Come suggerisce il nome stesso, sono degli insiemi degli utenti del nostro sito web accomunati da qualche proprietà che andremo a specificare in fase di definizione del segmento.

Possiamo, quindi, definire come segmento di pubblico quello che ha visitato la pagina contatti del nostro sito web. In questo modo di tutti i nostri utenti, solo quelli che hanno visitato la pagina contatti potranno vedere la mia pubblicità.

Questo strumento è molto potente, sia per le moltissime varianti che Google Analytics ci permette di definire, sia per la possibilità di targetizzare, tramite remarketing, queste porzioni che definiamo.

Perché non restringere troppo i segmenti di pubblico

Vediamo, per primo, perché non conviene creare dei segmenti troppo complessi e/o troppo ristretti.

1) Il numero delle persone dei nostri segmenti di pubblico può limitarci delle funzionalità

Non solo campagna display, esistono anche campagne di remarketing sulla rete di ricerca, su YouTube e su Gmail.
Per poter creare con successo una di queste campagne c’è un numero minimo di utenti che devono far parte della vostra lista di remarketing.

Per la rete display il limite minimo è di 100 utenti attivi negli ultimi 30 giorni, per la rete di ricerca, YouTube e Gmail, il limite minimo è di 1000 utenti attivi negli ultimi 30 giorni (da sito ufficiale di supporto Google Ads).

Quindi, per sfruttare tutte le possibilità che ci dà Google Ads, dobbiamo tener presente di non restringere a tal punto i nostri segmenti da finire sotto a questi numeri, altrimenti le nostre campagne di remarketing non funzioneranno.

2) Limitare troppo l’esposizione dei nostri annunci

L’obiettivo della nostra campagna di remarketing è quello di raggiungere il massimo numero di utenti che hanno mostrato qualche tipo di interesse sul nostro sito.

Limitare con troppe condizioni i nostri segmenti di pubblico potrebbe restringere troppo il nostro pubblico target e, quindi, portare ad una sottoesposizione dei nostri banner.

Personalmente, considerando la campagna Display e l’obiettivo del remarketing, preferisco sempre far rivedere la mia pubblicità ad un utente in più piuttosto che ad uno in meno.

3) Per evitare di creare troppi segmenti di pubblico ingestibili

Creiamo un segmento, poi un altro, poi un altro ancora… e alla fine non riusciamo più a gestirli perché diventano troppi.

Ancora peggio poi se uno di questi, senza volere, si sovrappone ad altri diventando così ridondante.

Limitiamoci all’essenziale, evitando il più possibile inutili complicazioni.

Perché non allargare troppo i segmenti di pubblico

Vediamo ora, invece, perché è comunque conveniente fare una selezione con i segmenti di pubblico e, quindi, restringere il nostro target.

1)  Rischi di disperdere il tuo budget

Una delle metriche più utilizzate per misurare il rendimento di una campagna è il costo per conversione.
In breve, il costo per conversione rappresenta quanti soldi devi spendere in quella determinata campagna affinché si verifichi un obiettivo che avevi stabilito (un acquisto, un contatto, una registrazione etc…).

L’obiettivo di qualunque campagna è minimizzare il costo per conversione.
Gettare le nostre campagne in pasto a tutti produrrebbe solo sprechi, meglio avere un target preciso e, quindi, definire dei segmenti di pubblico adeguati che ci permettano di filtrare con più esattezza i destinatari del nostro messaggio.

2) Non tutte le persone vogliono la stessa cosa

Se siete riusciti a trovare il giusto target di persone interessate al vostro sito o prodotto, non è detto però che tutti siano “allo stesso punto”.

Così come in una gara, c’è chi è più preparato (nel nostro caso a compiere una certa azione) e sta più avanti, c’è chi è meno preparato e sta più indietro.

Un utente che ha visitato la pagina contatti o ha riempito il carrello sarà indubbiamente più pronto all’acquisto rispetto ad uno che semplicemente ha navigato il sito per un po’.

Qui entrano in gioco i segmenti di pubblico, che ci permettono di definire diversi target a cui mostrare delle pubblicità mirate.

Come trovare la giusta misura?

A questo punto abbiamo visto i contro del fare dei segmenti di pubblico troppo larghi (o non farli affatto) e di farli troppo ristretti.

Come si può trovare però la giusta misura, la giusta via di mezzo?

Dipende! Non esiste una regola generale che vada bene per ogni sito e prodotto, né tanto meno un numero specifico di utenti da inserire nelle nostre liste.

Ogni sito è diverso e ogni utente, in relazione al sito che sta visitando, ha delle esigenze diverse.

Possiamo però tracciare delle linee guida che ci aiutino a trovare il giusto bilanciamento.

1) Immedesimarsi nell’utente che vedrà la nostra pubblicità

Il primo step è mettersi nei panni di un utente del nostro segmento.

Cosa cerca questo utente? Cosa si aspetta di vedere?

Da qui tracciare tutti gli utenti “tipo” che potrebbero interagire col nostro sito.
Il curioso che però non ha ancora deciso, quello che ha già comprato e ritorna, quello ancora che stava per comprare ma poi non ha finalizzato il pagamento (giusto per citare i casi più noti).

Una volta elencati tutti questi utenti, andremo a creare i nostri segmenti di pubblico corrispondenti, controllando sempre che siano, effettivamente, destinatari di messaggi diversi e che, quindi, la divisione abbia realmente un senso.

Ad esempio, per alcuni siti può essere completamente irrilevante sapere se un utente è di una certa zona oppure no, per altri invece può essere rilevante (ad esempio segnalando il punto vendita più vicino).

2) Utilizzare le esclusioni per semplificarsi la vita

Google Ads ci fornisce sempre degli strumenti per semplificarci il lavoro, utilizziamoli quando possibile.

Uno di questi sono le esclusioni dei segmenti di pubblico che, in pratica, ci permettono di utilizzare i nostri segmenti in maniera negativa, cioè non si aggiungono nuovi utenti ma si tolgono dalla lista gli utenti del segmento escluso.

Un esempio molto semplice per chiarire, supponiamo di voler creare una pubblicità per coloro che sono andati nella pagina Contatti ma non hanno inviato il form.

Andremo a creare due segmenti di pubblico, il primo segmento per coloro che hanno inviato il form, il secondo per quelli che sono passati nella pagina Contatti (che comprende anche quelli che hanno inviato il form).

A questo punto, basterà mettere come target il secondo segmento escludendo il primo per avere il target desiderato.
In questo modo, avremo 2 segmenti, entrambi utili perché tipologie diverse di utenti e una minore complessità nella definizione del segmento.

3) Saper descrivere facilmente tutti i segmenti di pubblico creati

Un altro aneddoto personale è quello di saper descrivere le liste e i segmenti di pubblico creati.

Dopo aver creato tutti i segmenti, proviamo mentalmente a descriverli senza dover rileggere tutte le condizioni imposte. In questo modo saremo certi della semplicità dei nostri segmenti e di riuscire sempre a capire la logica che ci ha spinto a fare certe scelte di segmentazione.

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HTML & CSS

Unità di Misura di lunghezza dei CSS

In questo articolo vedremo tutte le unità di misura di lunghezza dei CSS, dalle più popolari a quelle sconosciute. Scegliere la corretta unità di misura può toglierci molti pensieri, specialmente in fase di progettazione responsive.Le unità di misura di lunghezza dei CSS che analizzerò nell’articolo sono quelli relativi all’ultima Candidate Recommendation del W3C che potete trovare qua.

Prima però di addentrarci in tutti i valori e unità, conviene chiarire la distinzione tra unità di misura assolute e unità di misure relative, che tornerà utile nell’analisi di ogni singola unità di misura.

 

Unità di Misura Assolute

Per unità di misura assolute dei CSS si intendono unità di misura fissate rispetto a qualche misura fisica e che, quindi, rimangono costanti nel tempo.

Ad esempio sono unità di misura assolute i centimetri, definiti come la centesima parte del metro, e i pixel, definiti come la 96esima parte di un pollice.

Tutte le unità di misura assolute vengono ricondotte e possono essere convertite in pixel.

 

Unità di Misura Relative

Per unità di misura relative dei CSS si intendono, al contrario, unità di misura che dipendono da altre misure fissate e che possono variare in base al contesto in cui si trovano.

Sono unità di misura relative i “vw” (viewport’s width) che dipendono dalla larghezza del dispositivo, così come i vh che invece dipendono dall’altezza del dispositivo.

Iniziamo dalle unità di misura di lunghezza dei CSS più semplici e intuitive, cioè le unità di misura assolute.

 

Centimetri, Millimetri, Q e Inches

Le più conosciute nella nostra quotidianità, anche se sconsigliate e praticamente mai utilizzate in ambito di web development, sono centimetri (cm), millimetri (mm) e il quarto di millimetro (Q).

Il centimetro equivale a 96 pixel / 2.54, circa 37,8 pixel.

Il millimetro è, chiaramente un decimo, quindi 3,78 px, mentre il quarto di millimetro sono 0,95 px.

Non ci credete? Queste righe che vedete su CodePen hanno tutte esattamente la stessa lunghezza (5cm – 50mm – 196px) espressa in maniera diversa.

[codepen_embed height=”265″ theme_id=”0″ slug_hash=”bKzbbL” default_tab=”css,result” user=”webassistente”]See the Pen <a href=’https://codepen.io/webassistente/pen/bKzbbL/’>Cm, Mm and Pixel</a> by webassistente (<a href=’https://codepen.io/webassistente’>@webassistente</a>) on <a href=’https://codepen.io’>CodePen</a>.[/codepen_embed]

Infine, gli inches (pollici), che rappresentano precisamente 96 px, 2.54 cm.

Pica e Punti

Entrambi sono prevalentemente utilizzati per la misura del font da parte dei grafici e tipografici.

La pica (pc) rappresenta 12 punti che equivale a 1/6 di pollice, lo potete trovare se lavorate ad esempio con Adobe InDesign.

Il punto (pt) equivale a 1/72 di pollice, quindi a 1,3 pixel. Utilizzato spesso dai grafici in programmi come Adobe Illustrator.

Anche in questo caso, il mio consiglio è di rimanere fedeli ai pixel in fase di progettazione e, quindi, di riconvertire tutto o di progettare direttamente in px (o em come vedremo sotto).

Sotto un esempio delle grandezze sopra citate per la dimensione del font.

[codepen_embed height=”265″ theme_id=”0″ slug_hash=”MXLaby” default_tab=”css,result” user=”webassistente”]See the Pen <a href=’https://codepen.io/webassistente/pen/MXLaby/’>MXLaby</a> by webassistente (<a href=’https://codepen.io/webassistente’>@webassistente</a>) on <a href=’https://codepen.io’>CodePen</a>.[/codepen_embed]

Pixel

Infine, i pixel! L’unità di misura principe e di riferimento per tutte le altre misure assolute (almeno nel mondo dell’informatica).

Come abbiamo visto sopra, infatti, tutte le misure del mondo fisico possono essere riconvertite in un certo numero di pixel nel mondo digitale.

I pixel vengono utilizzati sia per stabilire le misure dei div o delle immagini, sia per la grandezza dei font che per i margini o il padding e per molto altro ancora!

Indubbiamente è l’unità di misura di lunghezza dei CSS che utilizzerete di più nella vostra carriera di web developer.

A questo punto, finita la rassegna delle unità di misura assolute, possiamo passare alle unità di misure relative.

 

Em, ex, ch e rem

A seguito della diffusione del responsive web design, gli “em” sono diventati le unità di misura di lunghezza dei CSS più utilizzate nella definizione della grandezza del font.

La grandezza per gli “em” è ricavata moltiplicando il coefficiente degli “em” per il font-size che sarebbe applicato dalle regole CSS che avete scritto.

Un esempio per chiarire meglio: mettiamo che abbiate impostato come unica font-size, quella del documento pari a 14px, allora 1em sarà esattamente 14px, 2em varrebbero invece il doppio, cioè 28px.

Per maggiore chiarezza guardate l’esempio di seguito:

[codepen_embed height=”265″ theme_id=”0″ slug_hash=”GGzoRR” default_tab=”html,result” user=”webassistente”]See the Pen <a href=’https://codepen.io/webassistente/pen/GGzoRR/’>GGzoRR</a> by webassistente (<a href=’https://codepen.io/webassistente’>@webassistente</a>) on <a href=’https://codepen.io’>CodePen</a>.[/codepen_embed]

Se non viene definito il font-size nel vostro documento CSS, 1 em equivale a 16px, ma solo in questo caso.

Una piccola particolarità, se utilizzate gli “em” ed è stato già fissato il font-size precedentemente in “em”, la misura finale si otterrà moltiplicando gli “em”.

Chiarisco con un esempio, il documento è stato specificato con font-size:16px, un div risulta avere font-size: 2em e al suo interno c’è un altro div con font-size:3em, allora la misura finale del font-size di quest’ultimo div sarà 16 * 2 * 3 = 96px

Come potete vedere in quest’esempio sotto:
[codepen_embed height=”265″ theme_id=”0″ slug_hash=”dKaGGL” default_tab=”html,result” user=”webassistente”]See the Pen <a href=’https://codepen.io/webassistente/pen/dKaGGL/’>Em Moltiplicato</a> by webassistente (<a href=’https://codepen.io/webassistente’>@webassistente</a>) on <a href=’https://codepen.io’>CodePen</a>.[/codepen_embed]
Per questo motivo è definita come unità di misura relativa, perché dipende sempre dal contesto in cui si trova.
Ex” è un’unità di misura di lunghezza dei CSS utilizzata più raramente ed equivale all’altezza del carattere “x” nel font definito dal documento. E’ sempre un’unità di misura relativa, infatti al cambiare del font cambia l’altezza del carattere “x” e di conseguenza il valore “ex”.
Se “ex” prende in riferimento l’altezza del carattere x, i “ch” utilizzano come riferimento la larghezza dello zero. Quindi un box con width:1ch contiene in larghezza un solo 0.
Anche questa unità è poco utilizzata, può però avere un suo impiego, appunto, nel definire la larghezza di un div, così da sapere quanti caratteri saranno contenuti in ogni riga.
Sotto un esempio:
[codepen_embed height=”265″ theme_id=”0″ slug_hash=”gKqPgP” default_tab=”css,result” user=”webassistente”]See the Pen <a href=’https://codepen.io/webassistente/pen/gKqPgP/’>Ch Example</a> by webassistente (<a href=’https://codepen.io/webassistente’>@webassistente</a>) on <a href=’https://codepen.io’>CodePen</a>.[/codepen_embed]
Infine, chiudiamo questo paragrafo con i “rem”, che si comporta come gli “em” con la grossa differenza di fare sempre riferimento all’elemento radice del documento.
Quindi, i valori in rem vengono calcolati sempre in base al font-size definito nell’elemento radice del documento (solitamente il tag html), e non vengono ricalcolati in base all’elemento contenitore, questo li rende molto più leggibili e chiari.

Vw, vh, vmin e vmax

Queste unità di misura sono relative più che altro alla larghezza e altezza del dispositivo, ma possono essere usate anche per specificare la grandezza del font.

Vw indica viewport width, quindi la larghezza del dispositivo in uso. 1vw equivale all’1% della larghezza del dispositivo.

Vh, invece sta per viewport height, e quindi prende come riferimento l’altezza del dispositivo. Il funzionamento è lo stesso dei vw.

Vmin e Vmax invece sono relativi rispettivamente alla dimensione minore e maggiore del dispositivo in uso. Quindi, se usate un computer dove la larghezza del monitor è maggiore dell’altezza, allora il vmin sarà relativo all’altezza e il vmax sarà relativo alla larghezza.

Queste sono le unità di misura di lunghezza dei CSS, che è giusto saper usare per costruire siti responsive e stare al passo. Apro una piccola parentesi per quanto riguarda il valore percentuale, che appunto non è un’unità di misura ma un valore utilizzato moltissimo nel responsive web design.

Il valore %

Molto intuitivamente, rappresenta una percentuale (in altezza o larghezza) del box che lo contiene. Supponendo di avere un div con width:80%, specificando un div all’interno con width:50% otterremo una larghezza finale del 40% (cioè la metà dell’80%).

 

Se avete delle domande, volete chiarimenti o aggiungere qualsiasi cosa commentate in fondo al post oppure scrivetemi un email tramite il form contatti

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Web Marketing

10 Strumenti per Adeguare il Tuo Sito al GDPR

La grande novità del mese di Maggio è stata senza dubbio rappresentata dall’introduzione del nuovo regolamento EU per la privacy, il GDPR. In questo articolo vedremo come adeguare il tuo sito al GDPR.

Se mi stai leggendo solo oggi, ormai il 25/05, data di entrata in vigore della legge, è passato e, quindi, faresti bene a prendere tutte le misure necessarie per adeguarti con l’aiuto degli strumenti presenti in questo articolo.

Se già ti sei adeguato, potresti utilizzare questi strumenti per controllare se effettivamente le misure prese siano tutte quelle necessarie e previste dalla legge.

Importante ricordare che il GDPR non si applica solo ai siti europei, ma a tutti i siti che trattano dati di cittadini EU, qualunque parte del mondo essi si trovano.

Scopriamo quali sono questi 10 strumenti che ci aiuteranno nell’implementazione del GDPR.

Microsoft GDPR Assesment

Microsoft non solo offre un tool gratuito per verificare l’adeguamento al GDPR, ha anche creato un sito dedicato al GDPR e alla sua implementazione.

Ovviamente sia con Microsoft 365 che con il Cloud, Microsoft raccoglie moltissimi dati degli utenti e mostra tramite il portale i passi che ha seguito per adeguarsi.

Il tool, invece, è a tutti gli effetti una checklist per monitorare i progressi fatti nell’adeguamento al GDPR.
Una volta inseriti i dati della tua azienda e cliccato sul tasto Start accederai ad una nuova sezione che si compone di tre parti:

  1. Protezione dei dati personali
  2. Rischio di non conformità (Compliance Risk)
  3. Semplificazione del processo di conformità

Ognuno di questi 3 quiz è da completare per avere un riscontro sulla effettiva implementazione del GDPR.
Al termine di ogni quiz verrà dato un punteggio e verranno segnalate delle risorse da leggere (tra cui un e-book) per completare il processo di adeguamento alla legge.

Iubenda

Iubenda è probabilmente il sito più noto e più utilizzato per adeguarsi alla Cookie Policy.
Come molti siti simili si è, ovviamente, adeguato anche al GDPR offrendo soluzioni standard per tutti i loro clienti.

Tra i grossi Pro del servizio, c’è in primo luogo il fatto di essere in lingua italiana e, quindi, può offrire i testi per le policy in lingua italiana, così da poterli immediatamente inserire nel nostro sito. Rimane, tuttavia, un servizio Freemium, con alcune parti gratuite e altre a pagamento, chiaramente pensate per le aziende.

Il sito spiega abbastanza chiaramente i vari passaggi da seguire per adeguare il tuo sito al GDPR, senza aver bisogno di molte spiegazioni.

GDPR Compliance Checklist

Un’altra checklist come si evince dal titolo, questa volta però non richiede alcun tipo di iscrizione, GDPR Compliance Checklist è completamente gratuita e facile da utilizzare.
Unico difetto, la lingua inglese, anche se il progetto open source su GitHub sta già raccogliendo molti consensi e sta per implementare altre lingue, tra cui quella italiana.

WordPress 4.9.6

Cosa c’entra WordPress?

Ebbene sì, dalla versione 4.9.6 anche WordPress si è adeguato alla nuova normativa EU sulla privacy.

Il team di WordPress ha creato un vero e proprio team, che ha lavorato (e che tutt’ora sta lavorando), per rendere la piattaforma al 100% in regola con la nuova legge.

La nuova versione di WordPress ti dà la possibilità di inserire una cookie policy, di ricevere richieste da parte dei tuoi utenti (o di chi ad esempio fa un commento) sull’utilizzo dei suoi dati e, infine, la possibilità di esportare o di eliminare i dati relativi ad un utente particolare.

Se avete una piattaforma blog con la possibilità di inserire i commenti, l’aggiornamento alla nuova versione vi farà molto comodo.

GDPR WordPress Plugin

Dopo la piattaforma WordPress non poteva mancare un plugin WordPress dedicato al GDPR.
In realtà ce ne sono moltissimi, lo stesso Iubenda sopra menzionato ha un suo plugin WordPress che ha aggiornato per essere in regola con il GDPR.

Quello che vi suggerisco si chiama GDPR, mi è sembrato il più completo tra i vari che ho provato, ha ottime recensioni e viene costantemente aggiornato.

Questo plugin non si occupa solo dei Cookie o della Privacy Policy ma cerca di aiutare in tutti i compiti che è necessario svolgere secondo la nuova legge, compreso l’export di dati e il notificare eventuali data breach.

L’impostazione del plugin potrebbe non essere immediata come altri, ma le funzionalità offerte sono molto superiori.

CookieBot

CookieBot è un servizio che si occupa di adeguare la cookie policy del tuo sito agli standard GDPR.
Con la nuova normativa, infatti, l’utente deve poter sapere la tipologia e il nome dei cookie che vengono utilizzati, e può richiedere che non vengano caricati.

E’ un servizio freemium, rimane gratuito fino a 100 sottopagine del sito e aumenta di prezzo con l’aumentare delle pagine.

Comprende anche un plugin per WordPress che segue le regole di pricing sopra elencate.

Dalla Home Page puoi fare una scansione del tuo sito web per vedere le lacune relative alla Cookie Policy e cosa fare per adeguare.
Lo consiglio fortemente a tutte le piccole aziende che hanno siti semplici e non vogliono preoccuparsi troppo per il GDPR.

GDPR Tracker

In moltissimi siti ormai tendiamo ad ospitare script di terze parti.

I più utilizzati sono Google Analytics e i vari widget social di Facebook, Twitter etc…

A causa del GDPR diventa però necessario capire anche l’utilizzo che questi altri servizi, che ospitiamo sul nostro sito, fanno dei dati degli utenti. GDPR Tracker riempie esattamente questa lacuna.

E’ semplicemente una lista dei più famosi servizi implementati dai webmaster (da Analytics a Facebook a MailChimp).
Per ognuno di questi viene specificata la loro Privacy Policy, il DPA (Data Processing Agreement), Subprocessors e in quali data server tengono i dati degli utenti, comprese le certificazioni che hanno.

Nymity GDPR Toolkit

Nymity è un’azienda che offre dei software a pagamento per adeguare la tua azienda al GDPR.
I software e i servizi da loro offerti sono pensati per le grandi aziende che trattano molti dati privati dei loro clienti, tuttavia offrono anche diverse risorse gratuite (in inglese) tra cui un ebook e una checklist per monitorare l’adeguamento al GDPR.

E’ possibile scaricare tutto da questo link https://info.nymity.com/gdpr-compliance-toolkit

Compilando il form vi verranno forniti 5 documenti diversi, su come iniziare e come adeguarsi completamente al GDPR, tutto gratuitamente.

GDPR Email Copy

Tra il 20 e il 25 Maggio la tua posta elettronica è stata probabilmente tempestata di email del tipo “Abbiamo aggiornato i nostri Termini e Condizioni”, se hai una newsletter, probabilmente l’hai fatto anche tu.

D’ora in poi, con il GDPR, anche le mail cambieranno, GDPR Email Copy offre (in inglese) dei template di email conformi al GDPR per svariate occasioni, ad esempio la richiesta di venire cancellati oppure un optin confirmation.

In questo modo puoi avere un modello da seguire anche per le tue email.

Ecomply.IO

Infine un servizio professionale a pagamento.

Ecomply offre tre diversi pacchetti in base al numero dei dipendenti della tua azienda.
Più dipendenti ha e più cresce il costo del pacchetto (così come il supporto fornito!).

Diversi tool ti seguiranno in tutto il processo di adeguamento al GDPR, lo consiglio per aziende di medie dimensioni che hanno bisogno di un aiuto.

Se t’interessa, guarda il video di presentazione sopra.

Se conosci altri strumenti utili e validi che raccomanderesti, fammi sapere nei commenti e integrerò la lista. Per qualunque domanda/dubbio sul GDPR o su questi tool, chiedimi pure nei commenti oppure in email tramite il form Contatti

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Web Design

Errore 429 di WordPress, Come Risolverlo

WordPress è un pacchetto fantastico, che consente a tutti di creare il proprio sito web e gestirlo facilmente senza dover scrivere codice. Tuttavia non è immune da errori, che potrebbero risultare di difficile risoluzione per chi non conosce un po’ di PHP e la struttura della piattaforma, uno tra questi è l’errore 429 di WordPress.

Vediamo, quindi, in questo articolo cos’è l’errore 429 di WordPress, da cosa può essere generato e come risolverlo.

Cos’è l’Errore 429 di WordPress

L’errore 429 viene restituito quando il tuo sito web effettua troppe richieste in un determinato lasso di tempo al server (infatti troverete accanto al codice dell’errore la scritta Too many requests, cioè troppe richieste).

Il server per evitare rallentamenti e malfunzionamenti attiva questo errore come meccanismo di autodifesa, bloccando, quindi, altre richieste da parte dello script del tuo sito web incriminato.

Le cause possono essere diverse, la più comune è un attacco DDOS o al tuo sito web o a qualche plugin che hai installato che ha qualche falla. Questo errore può, quindi, mostrare anche delle vulnerabilità nel vostro sito web che sono sfruttate da hacker o bot per prendere controllo del sito web.

Le conseguenze sono poco piacevoli, in primis il vostro sito rallenterà perché parte delle risorse saranno destinate a rispondere a queste richieste, in più l’errore può essere trovato dai motori di ricerca che oltre a segnalarlo sulle webmaster console potrebbero penalizzare il vostro sito per la lentezza.

Inoltre, potreste avere delle limitazioni da parte del vostro servizio hosting in caso di hosting condiviso, per quanto riguarda l’utilizzo delle risorse.

Vediamo ora come risolvere questo errore.

 

Come Risolvere l’Errore 429 di WordPress

Purtroppo non c’è una risoluzione unica e, quindi, bisogna andare per tentativi per liberarci di questo problema.

La prima cosa da fare è contattare l’assistenza del proprio hosting e chiedere se a loro, dai file di log, risultino un eccesso di richieste e soprattutto da quale script.

Se la risposta dovesse essere affermativa, a questo punto possiamo capire qual è lo script incriminato, a quale oggetto fa riferimento (se ad un plugin o a qualche componente WordPress) e andare a disinstallare/ modificare quel file/plugin.

Se, invece, dall’assistenza non dovesse arrivare alcun chiarimento vi consiglio di procedere in questo modo:

1) DISATTIVARE I PLUGIN WORDPRESS UNO AD UNO

Il primo passo è disattivare i plugin uno dopo l’altro e vedere se è uno di questi a causare il problema.

Assicuratevi di avere l’ultima versione di tutti i plugin, così da essere sicuri di essere protetti da bug già conosciuti e fixati.

Se il problema dovesse rientrare disattivando un plugin, non riattivatelo (in caso sia fondamentale cercate qualcosa di sostitutivo) e avvisate lo sviluppatore.

 

2) IMPOSTARE UN TEMA STANDARD

Il secondo passo è settare un tema standard di WordPress (quelli che vengono installati di default), in quanto in molti temi moderni (a pagamento e non) vengono inclusi dei plugin e degli addon che potrebbero generare questo tipo di errori.

Semplicemente, settate come vostro template qualcosa di standard come Twenty Seventeen o Twenty Fifteen (sempre aggiornati all’ultima versione) e controllate se il problema rientra.

In caso affermativo, seguite la procedura del punto 1, cioè cambiate il tema e avvisate lo sviluppatore dei problemi che avete incontrato, è possibile che già abbia una patch o che comunque vi tenga aggiornati sugli sviluppi della situazione.

 

3) PROTEGGERE IL LOGIN WORDPRESS

Se i primi 2 passi non hanno dato risultati, il login del vostro sito potrebbe essere sotto attacco.

Gli attacchi brute-force, infatti, utilizzano infinite combinazioni di lettere, numeri e simboli per indovinare la password degli utenti di WordPress. Ogni combinazione equivale ad una richiesta e, quindi, è abbastanza facile arrivare a grandi numeri tali da causare l’errore.

Il problema è facilmente aggirabile utilizzando un sistema di autenticazione che, ad esempio, dopo 3 tentativi falliti blocca l’accesso per tot minuti, così da evitare richieste su richieste.

C’è un plugin adatto allo scopo, WP Limit Login Attempts

 

Se nessuno di questi passi dovesse essere d’aiuto, potreste provare qualche soluzione di sicurezza più complessa, come Wordfence Security – Firewall & Malware Scan, e cercare di vedere il flusso delle richieste per rilevare anomalie.

Se avete già incontrato questo problema e volete spiegare come risolverlo oppure se questi passaggi non vi sono serviti, scrivetelo nei commenti.

Scopri anche quali sono gli errori più comuni in WordPress.

 

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HTML & CSS

Una Lettera su Google AMP

Una lettera su Google AMP, è questo il titolo della lettera che diversi web designer e web developer hanno sottoscritto con destinatario Google.

Che cos’è Google AMP?

AMP o Accelerated Mobile Pages è un progetto open source promosso da Google con il fine di rendere l’esperienza utente il più piacevole possibile, garantendo velocità di caricamento pagine elevatissime a discapito di alcuni elementi grafici.

E fino a qui tutto sembra filare per il meglio.

Se non fosse che Google mantiene i visitatori delle pagine AMP su dominio Google, pertanto, non manda il visitatore sul sito web che ha generato la notizia o il contenuto. Da qui l’oggetto della lettera su Google AMP che vi traduco interamente nel prossimo paragrafo.

 

Una lettera su Google AMP

“Siamo una comunità di individui che hanno un interesse significativo nello sviluppo e nel benessere del World Wide Web (“Il Web”), e siamo profondamente preoccupati riguardo alle Accelerated Mobile Pages (“AMP”), un progetto Google che presumibilmente cerca di migliorare l’esperienza utente sul Web.

Di fatto, AMP mantiene gli utenti all’interno del dominio Google e devia il traffico da altri siti web a beneficio di Google. Su una scala di miliardi di utenti, questo ha l’effetto di rafforzare ulteriormente il dominio di Google sul Web.

Conosciamo il problema delle pagine lente a caricare, in relazione anche alle alternative, tecnologie proprietarie come Facebook Instant Articles e Apple News. Gli editori (specialmente di news e media) da tempo hanno affrontato scelte difficili e pochi incentivi, andando incontro a cattive decisioni e compromessi e, infine, a terribili user experience.

I motori di ricerca sono in una potente posizione per esercitare influenza per risolvere il problema. Tuttavia, Google ha scelto di creare una posizione premium al top dei risultati di ricerca (per gli articoli) e una icona con un fulmine (per tutti i tipi di contenuto), le quali sono accessibili solo per gli editori che utilizzano una tecnologia controllata da Google (n.d. AMP), fornita da Google e dalla loro infrastruttura, su un URL Google e con la user experience Google.

Il formato AMP non è di per sé il problema, ma due aspetti della sua implementazione rinforzano la posizione di Google come una piattaforma standard per il contenuto, mentre Google cerca di guidare l’assorbimento di AMP da parte degli editori:

1. I contenuti che scelgono AMP e l’hosting associato all’interno di Google ha una via preferenziale nella ricerca, includendo (per gli articoli) una posizione sopra a tutte le altre.

2. Quando un utente naviga da Google ad un contenuto che Google consiglia, questo rimane involontariamente all’interno del dominio Google.

Se l’obiettivo di Google con AMP è quello di migliorare l’esperienza utente sul Web, allora suggeriamo alcuni semplici cambiamenti che perseguano sempre questo obiettivo ma consentendo al Web di rimanere dinamico, competitivo e consumer-oriented:

1. Invece di garantire un posizionamento premium nei risultati di ricerca solo ad AMP, fornire lo stesso vantaggio a tutte le pagine che soddisfano un obiettivo neutrale di performance, ad esempio lo Speed Index. Gli editori potranno così utilizzare qualunque soluzione tecnica di loro scelta.

2. Non mostrare contenuto di terze parti all’interno di Google a meno che non sia spiegato in maniera chiara all’utente che stanno guardando un prodotto Google. E’ perfettamente accettabile che Google lanci un news reader, ma non è altrettanto accettabile che Google mostri una pagina con loghi e contenuti di sole terze parti all’interno di un dominio Google, né tanto meno di richiedere a queste terze parti di utilizzare un hosting Google per apparire nei risultati di ricerca.

Non vogliamo che Google fermi lo sviluppo di AMP, e questi cambiamenti non lo richiedono. Siamo felici del fatto che i motori di ricerca diano priorità alle pagine con le migliori velocità di caricamento. AMP può rimanere una delle tecnologie che da agli editori una scelta di alta qualità per dare ai propri utenti del contenuto in maniera veloce e con una user experience soddisfacente.

Tuttavia, gli editori non dovrebbero essere costretti a mettere il loro contenuto sotto l’ombrello di Google a causa del suo dominio nella ricerca. Il Web non è Google, e dovrebbe non essere soltanto Google.

Questo il contenuto della lettera su Google AMP, che è stata sottoscritta anche dalla famosa rivista/pubblicazione A List Apart. E voi cosa ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti!

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Proteggere il Contenuto del tuo sito
Web Design

Come Proteggere il Contenuto del Tuo Sito – Blog

In questa miniguida vedremo come proteggere il contenuto del tuo sito – blog in 3 passaggi chiave, con la prevenzione, il monitoraggio e infine con i rimedi quando tutto è andato storto.

Una delle più grandi paure di chi crea nuovi contenuti online è quello di vedere il proprio articolo o guida copiato su un altro sito. Che sia copiato in toto oppure in parte poco cambia, non vedere alcun link che faccia riferimento all’autore ti farà sentire frustrato e deluso (oltre che arrabbiato).

Ore e ore per scrivere un articolo e qualcuno giunge all’ultimo momento rubandoti tutto il lavoro. Per fortuna esistono dei metodi per proteggere il contenuto del tuo sito web che andremo ad analizzare a fondo in questo articolo.

Per semplificare la lettura di questa guida l’ho divisa in 3 macro sezioni:

Prevenzione, come proteggersi;
– Monitoraggio, assicurarsi la protezione nel tempo;
– Rimedi, quando si è arrivati troppo tardi;

Iniziamo con il primo

Prevenire è meglio che curare

Un vecchio detto che è applicabile anche al nostro contesto. Esistono rimedi per tutto (specialmente su internet) ma se si agisce in anticipo si possono spesso prevenire grattacapi.

Essenzialmente vedremo 4 differenti strategie che possono essere applicate simultaneamente (una non esclude l’altra):

  1. Disattivare la possibilità di utilizzare il clic destro del mouse, quindi togliere la possibilità di selezionare il testo per fare copia e incolla.
  2. Aggiungere automaticamente il link alla porzione di testo copiata
  3. Inserire delle notazioni di copyright nei feed RSS per avere un link in caso di contenuto copiato da web scraper
  4. Inserire un pulsante di licenza Creative Commons CC, il più adatto per i nostri scopi.

 

Disabilitare il Tasto Destro del Mouse

Disabilitare Tasto destro del Mouse

Uno dei metodi per proteggere il contenuto del tuo sito o blog è disabilitare il tasto destro del mouse. In questo modo renderai impossibile la copia tramite menù contestuale.

E’ un metodo parecchio invasivo e, nei confronti di utenti più esperti, anche inefficace (non solo tramite destro del mouse si può copiare il contenuto). Per questo motivo ad esempio sul mio blog non l’ho implementato. Peraltro, personalmente, non mi piace neppure penalizzare tutti gli utenti che vogliono condividere un contenuto in maniera corretta solo per i pochi copiatori scorretti online.

Tuttavia, è un metodo ancora utilizzato da diversi portali per cui la trattazione dell’argomento è d’obbligo, ma sta a voi poi decidere se davvero ne avete bisogno.

Distinguiamo due differenti applicazioni, la prima su WordPress tramite un apposito plugin, la seconda, invece, adattabile su qualunque tipo di sito web.

 

Plugin WP Content Copy Protection & No Right Click per WordPress


Il plugin WP Content Copy Protection & No Right Click è il più popolare tra i plugin WordPress che sono adatti al nostro scopo. Oltre alle protezioni per evitare di copiare il testo, presenta anche delle opzioni per proteggere immagini e video da copie e download, per questa volta però mi soffermo solo sul testo.

Lo puoi trovare al link specificato sopra, puoi scaricarlo e installarlo oppure installarlo direttamente dalla sezione plugin del tuo pannello admin di WordPress.

Come puoi vedere è un plugin di tipo Freemium, con delle parti gratuite e altre a pagamento. Per il nostro scopo sono sufficienti quelle gratuite (che comprendono la protezione in Javacsript) ma per protezioni aggiuntive potresti considerare la versione premium.

Puoi modificare il setup del plugin dal menù Impostazioni -> WP Content Copy Protection, ti apparirà la schermata seguente:

I Main Settings, sono quelli disponibili nella versione gratuita, puoi abilitare o disabilitare la protezione del contenuto relativa ai post, alle pagine singole e alla homepage. Puoi abilitarla per tutte oppure solo per alcune sezioni, come ritieni sia necessario. Basta semplicemente cambiare da Enabled a Disabled e viceversa.

Un’ultima opzione importante è cambiare il testo di default che comparirà all’utente che prova a copiare testi o immagini. In questo modo possiamo avvisarlo che questo non è possibile sul nostro sito.

Nel menù in alto poi compaiono altre protezioni per la maggior parte premium, una riguarda la protezione dal click del tasto destro (inserita di default), e poi protezioni aggiuntive in CSS.

Una volta terminato cliccate su Save Settings e il vostro contenuto WordPress sarà protetto dai fan del copia e incolla. Esistono comunque dei modi per copiarlo (ad esempio stampate su PDF) ma quanto meno avrete scoraggiato molti dei copiatori.

Vediamo ora, invece, cosa fare se non hai WordPress, ti mostrerò un paio di snippet veloci che potrebbero fare al caso tuo (e su cui lavorare per realizzare soluzioni più complesse se ce ne fosse il bisogno).

 

Disabilitare la Selezione e il Clic Destro con Javascript e CSS

Il blocco funzionerà in parte utilizzando i CSS e in parte Javascript.

La parte CSS mostrata di seguito serve per evitare la possibilità di selezione di una porzione di testo. La funzionalità è garantita sui più moderni browser.

[sourcecode language=”css”]
.noselect {
-webkit-touch-callout: none;
-webkit-user-select: none;
-khtml-user-select: none;
-moz-user-select: none;
-ms-user-select: none;
user-select: none;
}
[/sourcecode]

Basta applicare questa classe all’elemento <div> che non si vuole lasciar copiare (ad esempio un div content con all’interno il testo dell’articolo) e questo diventerà impossibile da selezionare.

Per disabilitare il tasto destro del mouse, invece, è necessario un po’ di Javascript. Il codice anche in questo caso è molto semplice e impedisce l’apertura del menù contestuale.

[sourcecode language=”html”]&amp;lt;body oncontextmenu=&amp;quot;return false;&amp;quot;&amp;gt;
[/sourcecode]

Potete anche aggiungere un alert per avvisare il vostro utente del fatto che il contenuto è protetto:

[sourcecode language=”html”]&amp;lt;body oncontextmenu=&amp;quot;alert(‘Contenuto Copiato’);return false;&amp;quot;&amp;gt;
[/sourcecode]

 

Chiaramente poi il codice può essere ampliato inserendo degli EventListener per la pressione di specifici tasti (ad esempio CTRL+C per la copia), e per ulteriori controlli. Semplicemente qui si trattava di dare qualche concetto preliminare sul metodo.

Possiamo quindi passare al prossimo argomento, una versione alternativa di questo primo metodo, cioè permettere la copia ma inserire un link in automatico alla fine.

 

Aggiungere un Link al Testo Copiato

Un altro sistema meno intrusivo ma anche più debole per proteggere i contenuti è aggiungere un link al testo copiato. In questo modo sarà consentito all’utente copiare il testo, ma automaticamente alla fine sarà inserito un link al sito originale, ad esempio “Continua la lettura sul sito …”.

E’ un sistema utilizzato da vari portali di informazione che però presenta il difetto di essere facilmente aggirato. Infatti, basta cancellare le ultime parole del testo copiato che i nostri sforzi saranno vanificati. Però se l’utente copione non dovesse accorgersene (o se semplicemente non gli importasse), allora ne avrai guadagnato un bel backlink.

Anche in questo caso dividerò in due casi, un plugin per WordPress e un altro per qualunque sito web.

 

Plugin CopyLink per WordPress

Iniziamo, come di consueto, con il semplice plugin wordpress CopyLink. Al momento il plugin non è più aggiornato, quindi verificate che sia compatibile con la vostra versione wordpress.

Una volta installato e attivato, vi comparirà sul menù a sinistra una nuova voce Link copy, cliccando sulla voce Settings comparirà una nuova schermata abbastanza semplice e con poche opzioni.

La prima voce, “Save copy to base”, serve per inserire i tentativi di copiatura all’interno del database, così da sapere chi ci sta copiando. La seconda, “Save copied content to base”, serve invece per inserire anche la porzione di contenuto copiato all’interno del database.

I risultati immagazzinati saranno poi disponibili alla voce Link Copy. A meno di motivazioni ben precise, come attacchi al sito web, conviene disattivarle e non sprecare spazio.

Il read tag è il testo che verrà inserito alla fine del testo copiato. In maniera automatica dopo questo testo verrà inserito il link della pagina in cui il contenuto è stato copiato, quindi non inserite link ma semplicemente una frase che specifichi l’attribuzione del contenuto.

L’ultimo campo serve, invece, per escludere delle pagine o dei settori del sito da questo sistema. Una volta configurato, cliccate su Save settings e provate a copiare un po’ del vostro contenuto. Noterete (se il plugin è stato installato correttamente) che al momento di incollare il testo copiato, vedrete in calce il link del vostro sito web.

Vediamo, invece, nel prossimo paragrafo cosa puoi fare se non hai wordpress o se il plugin non dovesse funzionare per la tua versione.

 

Aggiungere un Link ad un Testo Copiato con Javascript

Esatto, per questo esempio utilizzeremo ancora Javascript. Questa volta il codice sarà un po’ più lungo dell’ultimo che abbiamo visto pur rimanendo sempre abbastanza semplice e intuitivo.

L’idea è quella di creare un nuovo blocco di testo che non sia visibile con il contenuto copiato e il nostro copyright in calce, per poi dare istruzione al browser di copiare proprio questo nuovo blocco.

 

[sourcecode language=”javascript”]&amp;lt;script type=&amp;quot;text/javascript&amp;quot;&amp;gt;
function aggiungiCopyright() {
//Prendiamo la selezione fatta dallo user
var body_element = document.getElementsByTagName(‘body’)[0];
var selezione;
selezione = window.getSelection();

// Codice del copyright, cambialo come preferisci
var copy = &amp;quot;&amp;lt;br/&amp;gt;&amp;lt;br/&amp;gt; Continua a leggere su: &amp;lt;a href=’&amp;quot;+document.location.href+&amp;quot;’&amp;gt;&amp;quot;+document.location.href+&amp;quot;&amp;lt;/a&amp;gt;&amp;lt;br /&amp;gt;Copyright &amp;amp;copy; Tuosito&amp;quot;;
//Il nuovo testo che sara copiato dal browser, include la selezione e il copyright
var copyrightText = selezione + copy;

//Creiamo un nuovo div ‘invisibile’ con il testo appena creato
var copydiv = document.createElement(‘div’);
copydiv.style.position=’absolute’;
copydiv.style.left=’-99999px’;
body_element.appendChild(copydiv);
copydiv.innerHTML = copyrightText;

//La nuova selezione sara il nuovo testo copiato, cancelliamo il div fittizio appena creato
selection.selectAllChildren(copydiv);
window.setTimeout(function() {
body_element.removeChild(copydiv);
},0);
}
//Attiviamo la funzione quando l’utente prova a copiare
document.oncopy = aggiungiCopyright;
&amp;lt;/script&amp;gt;
[/sourcecode]

Il codice è già ampiamente commentato e ha una buona compatibilità con i browser più popolari. La parte da modificare con il codice copyright riguarda la variabile copy, che è il testo che effettivamente andremo ad aggiungere sotto alla parte copiata per proteggere il contenuto del nostro sito o blog.

 

Proteggere i Propri RSS Feed

Un punto dedicato specialmente ai blogger che utilizzano i feed RSS per diffondere i propri contenuti. Purtroppo, capita che alcuni siti di web scraping, si basino proprio sulla copia di feed RSS per generare nuovi contenuti sul loro sito.

Questa situazione però possiamo volgerla a nostro favore se nel nostro feed RSS andiamo ad inserire un backlink al nostro sito. Vediamo l’esempio più facile, sfruttando una funzione integrata nel famoso plugin SEO per WordPress Yoast.

Assicuratevi di aver abilitato la pagina delle impostazioni avanzate nel menù generale (e quindi di poter vedere nel menù del plugin la voce Avanzate). Una volta nella pagina Avanzate, cliccate sul tab RSS e nel campo “Contenuto da inserire dopo (o prima) qualsiasi post nel feed”, modificate a piacimento il contenuto utilizzando anche le tante variabili che il plugin ci mette a disposizione.

E’ sempre meglio non limitarsi a mettere solamente un link, ma ad inserire anche una frase che inviti al clic, se consideri che può venire riproposto su altri siti. In ogni caso, con questo piccolo accorgimento potrai guadagnare senza fatica un po’ di backlink e vedere il tuo lavoro valorizzato.

 

Le Licenze Creative Commons

L’ultimo sistema di prevenzione che andrò ad analizzare riguarda l’inserimento di pulsanti Creative Commons che faranno capire ai tuoi utenti che il tuo contenuto è protetto da copyright.

Rispetto agli altri sistemi analizzati, questo è un sistema di protezione passivo. Infatti, l’utente sarà comunque libero di copiare, ma l’inserimento del copyright costituirà per molti “copiatori” uno strumento di dissuasione, oltre a darti dal punto di vista legale (se mai ce ne fosse bisogno) l’adeguata protezione.

La procedura costituirà nell’inserimento di un semplice codice HTML che genererà un pulsante sul vostro sito. Solitamente questo viene posto nel footer, così da rimanere in tutte le pagine e non risultare troppo invasivo.

Per prima cosa, quindi, vai sulla pagina Creative Commons che ti permette di scegliere la licenza, la pagina è l’unica del sito in italiano, mentre tutto il resto è in inglese.

A questo punto vi appaiono essenzialmente due opzioni:

1) Consenti che vengano condivisi adattamenti della tua opera? Dovrai scegliere, quindi, se la tua opera può essere citata da altre opere e può essere riadattata, ad esempio all’interno di un saggio o di un libro. L’opzione “Sì, fintanto che gli altri condividono allo stesso modo”, significa che lasci la possibilità di riadattare la tua opera solo se questa mantiene il modo in cui tu l’hai distribuita, quindi con un’altra licenza per cui sia possibile riadattare l’opera.

2) Permetti che la tua opera venga utilizzata a scopi commerciali? Chiaramente, potrai scegliere se la tua opera può venire citata e utilizzata anche per scopi commerciali oppure no.

Per qualunque tipo di licenza, Creative Commons pone la citazione della fonte come obbligatoria, quindi di questo aspetto non dovete preoccuparvi.

In base alle vostre scelte, Creative Commons fornirà la licenza adeguata e vi darà in fondo alla pagina la possibilità di copiare il codice HTML da inserire nel sito per poter proteggere il contenuto dei tuoi articoli o delle tue opere.

A questo punto, esaminate le varianti più frequenti per difendere e proteggere il contenuto del proprio sito web, possiamo passare alla fase successiva quella del monitoraggio.

Controllo e Monitoraggio dei Propri Contenuti

Una volta implementate tutte le difese che riteniamo necessarie per proteggere il proprio contenuto, giunge il momento di verificare che le nostre protezioni stiano effettivamente funzionando.

In realtà, nonostante tutti i vari metodi di difesa visti precedentemente, se qualcuno decide di copiarvi il contenuto può farlo, semplicemente trascrivendolo. E’ un processo abbastanza lungo e per questo motivo molti saranno dissuasi dalle protezioni implementate, però è una possibilità reale e non trascurabile.

Per questo motivo, è sempre utile monitorare il web per cercare eventuali contenuti copiati e in caso agire per rimuoverli (come vedremo nel capitolo 3).

Dividerò, per convenienza, questi tool di monitoraggio in due grandi sezioni:

1) Tool automatizzati per ricerche periodiche, che automaticamente a intervalli prestabiliti cercano menzioni del tuo sito o di determinate parole chiave сhe andrai a specificare basandoti sui contenuti dei tuoi articoli.

2) Tool di ricerca singola, per cercare articolo per articolo in un determinato momento, eventuali copie di questo su altri siti web.

Tool Automatizzati per Verificare Eventuale Contenuto Copiato

I tool automatizzati possono essere sia gratuiti che a pagamento. Il tool gratuito più famoso che può prestarsi al nostro scopo è Google Alerts, con questo tool potrai inserire delle particolari parole chiave o il titolo del tuo articolo e ricevere quotidinamente aggiornamenti nella tua email non appena del nuovo contenuto sarà pubblicato sul web.

In questo modo potrai vedere anche quanti siti stanno citando il tuo articolo.

Chiaramente questo tool ha i suoi limiti. In primo luogo non è sempre detto che riesca a segnalare tutti i contenuti copiati. Infatti, tutto dipende da che parola chiave andrete a specificare.
Se un sito dovesse copiare solo delle porzioni o degli estratti senza citarli, può essere che con questo tool vi sfuggiranno.

Inoltre, è comunque necessario un continuo monitoraggio, in quanto i contenuti segnalati saranno comunque molto più di quelli che ci permetteranno di individuare un contenuto copiato, con conseguente perdita di tempo.

Ciò nonostante, questo è un metodo efficace e veloce per evitare ogni giorno di andare su Google a cercare i nostri articoli.

Tool Manuali per Verificare Eventuale Contenuto Copiato

Esistono chiaramente anche dei tool manuali per verificare le copie e proteggere il contenuto del proprio sito. Già, ad esempio, con una semplice ricerca su Google potrai ottenere moltissime informazioni.

Il tool più famoso e utilizzato per questo tipo di operazioni si chiama Copyscape ed è gratuito (anche se esiste una versione a pagamento).

Il funzionamento è molto semplice, basta inserire il link della pagina che vuoi controllare, cliccare il pulsante “Go” e il gioco è fatto, si aprirà una nuova schermata in cui vedere tutte le pagine con contenuto copiato o simile al nostro.

Chiaramente, rispetto a Google Alert, il tool promette di essere più preciso, tuttavia può essere utile solo in caso di pochi contenuti da proteggere o in caso di uso saltuario. Un blog con molti contenuti non potrebbe mai permettersi il dispendio di tempo dovuto al controllo di ogni singolo link.

Se volete realmente una protezione costante senza doverci pensare troppo (e senza dover investire troppo tempo) allora potreste optare su qualche tool a pagamento. La stessa azienda creatrice di Copyscape, ad esempio, propone CopySentry che, previo abbonamento mensile, vi informerà di tutti i contenuti copiati dal vostro sito web.

Scrivetemi o commentate in caso siate a conoscenza di altri tool molto efficaci e gratuiti, al momento mi sono limitato a riportare i 2 più famosi e più utilizzati.

Contenuto Copiato: E Ora che Fare?

Sei venuto a conoscenza di questo problema troppo tardi e ormai devi correre ai ripari perché il tuo contenuto è già stato copiato.
Spesso, infatti, ci accorgiamo di un problema solo quando questo si manifesta.

Fortunatamente non tutto è perduto, esistono almeno due strade che possiamo intraprendere per proteggere il contenuto rubato.
La prima è contattare il copiatore, chiedendo se non la rimozione quantomeno un link alla fonte originale. Se questo dovesse rispondere negativamente (o non rispondere proprio), possiamo allora passare a Google (che però è spesso più lento).

Contattare il Copiatore

Il primo passo da fare è tentare di contattare il copiatore di contenuti controllando se sul suo sito web alla pagina contatti o chi siamo, è possibile trovare una mail o un form e segnalargli quanto accaduto.

Molti che copiano un contenuto in realtà non ci pensano neppure all’attribuzione, basterà farglielo notare per ottenere un backlink alla fonte.

Nel caso in cui, invece, sul sito non ci fosse alcun tipo di email o form contatti, potete visitare il sito Whois, controllare chi ha registrato il dominio e chi fornisce il servizio, e nel caso contattare uno, l’altro o entrambi.

Se non dovesse ancora rispondervi o se la risposta dovesse essere negativa, non tutto è perduto, ma la situazione si fa più complicata in quanto dobbiamo rivolgerci a Google.

Richiesta di Rimozione Link a Google

Si può chiedere a Google di rimuovere dei link che portano a contenuto copiato e protetto da copyright.
Tramite lo strumento di rimozione di contenuti da Google, seguendo la procedura guidata, potrete inoltrare la richiesta a Google.

A quel punto starà a voi portare tutto il materiale possibile affinché la richiesta possa essere soddisfatta, certificando che effettivamente la paternità dell’opera è vostra.

Il cammino è molto più tortuoso e lungo, ma può comunque portare al risultato voluto.

Questi sono i principali passi da compiere per proteggere i propri contenuti online, per consigli, suggerimenti, nuove idee, sarò felice di leggere i vostri commenti o le vostre email!

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Mappe di Calore Scroll
Web Marketing

Come Studiare il Comportamento dei Tuoi Utenti

Se una volta capire il comportamento degli utenti sul tuo sito web era una questione quasi empirica a furia di tentativi andati male, ora esistono diversi strumenti sia gratuiti che a pagamento che ti consentono di studiare il comportamento dei tuoi utenti e valutare la loro esperienza sul tuo sito così da migliorare il tasso di conversione.

Studiare ciò che fanno i tuoi utenti durante una sessione sul tuo sito web, ti aiuterà anche a capire cosa migliorare, quali sono i punti critici e dove ci sono veri e propri errori.

In particolare mi soffermerò su 3 diversi strumenti di analisi:

  1. Tool di Website Analytics, che indicano il numero di visitatori, di sessioni, di utenti che ritornano e moltissime altre informazioni legate al tuo sito web.
  2. Le mappe di calore (Heatmaps), che ci indicano il comportamento del visitatore on-page.
  3. Il replay delle sessioni, che ricostruiscono fedelmente tutta una sessione di un visitatore, praticamente è come avere un video sul monitor del visitatore che sta navigando il tuo sito.

Iniziamo quindi dal primo tool:

WebSite Analytics

Analytics Tool per Analisi Utenti

Si tratta di strumenti che analizzano il tuo sito web, il più famoso e gratuito è probabilmente Google Analytics che contiene una quantità di informazioni preziosissime per migliorare la user experience.

I dati più pertinenti al nostro scopo li puoi trovare nella sezione “Comportamento”.

Di particolare importanza è la frequenza di rimbalzo. Questa indica con che frequenza un visitatore che ha visitato per primo quella pagina non ha poi continuato su altre pagine del tuo sito web ed è quindi uscito subito.

Per fare un esempio, se il tuo sito ha una frequenza di rimbalzo del 50%, significa che solo 1 visitatore su 2 dopo aver letto la pagina su cui è atterrato, ha poi continuato la navigazione sul tuo sito.

Strettamente correlato alla frequenza di rimbalzo, è il tempo medio di permanenza sulla pagina. Questo indica quanto tempo un visitatore è rimasto sul tuo sito o su una pagina in particolare, può essere 30 secondi, 1 minuto o forse più.

In realtà questo dato viene preso considerando il tempo trascorso tra un clic e un altro sul tuo sito web, quindi, nel caso tu abbia frequenza di rimbalzo 100%, vedrai un tempo medio di 0 secondi, anche se su quella pagina il visitatore può esserci rimasto molto più tempo (esistono in realtà dei metodi per aggirare il problema, si chiama Bounce Rate Aggiustato ).

In questo modo hai un primo dato su quanto il tuo sito coinvolge i tuoi utenti, quanto tempo sono disposti a dedicargli e su quali pagine, invece, serve lavorare perché non di gradimento per il tuo pubblico.

A questo punto, può essere d’aiuto capire quali pagine fanno scappare i tuoi visitatori. La percentuale di uscita ci indica proprio questo, cioè (in percentuale) quanti visitatori una volta entrati nella pagina x escono dal sito web.

Riordinando il tutto in maniera decrescente, ti indicherà molto probabilmente quali pagine si devono modificare per migliorare il responso dei tuoi utenti.

Infine, un altro aspetto sempre più preponderante riguarda la velocità del sito. Più il tuo sito è lento e più i tuoi visitatori ti abbandoneranno. Cerca sempre di tenere d’occhio il suo andamento, spesso può rivelarsi un fattore decisivo.

Conclusa questa prima parte si può passare alla successiva.

 

Le Mappe di Calore (Heatmaps)

Le mappe di calore sono uno degli strumenti più interessanti e divertenti da utilizzare quando vuoi studiare il comportamento dei tuoi utenti sul tuo sito web.

La maggior parte di questi servizi sono a pagamento ( e spesso neanche economici), ma fortunatamente alcuni come HotJar (da cui sono prese le immagini sotto) offrono dei pacchetti ridotti gratuitamente, per testare e cominciare.

Le mappe di calore tracciano solitamente tre distinti tipi di interazione dell’utente sul tuo sito, il clic, il movimento del mouse e lo scroll della pagina.

Questa analisi viene effettuata su qualunque dispositivo: computer, smartphone e tablet (per gli ultimi due non c’è il movimento del mouse e il clic viene rimpiazzato dal touch).

Iniziamo dal primo, il tracciamento dei clic.

Mappa di Calore dei Clic

Questo ti segnala su quali parti di una pagina in particolare un utente è solito cliccare, può essere un link, un immagine, un banner o altro ancora.

Sebbene, molte di queste informazioni possano già essere rilevate tramite Google Analytics, il monitoraggio può avere dei risvolti interessanti.

Ad esempio, potresti notare che molti utenti cliccano su una determinata frase per saperne di più ma che non presenta link, oppure che in molti vorrebbero allargare l’immagine che hai messo nell’articolo ma non possono farlo.

Anche il modo visuale in cui vengono presentati i dati, rende l’analisi molto più agevole e facile da interpretare.

A questo punto si può passare all’analisi della seconda mappa relativa ai movimenti del mouse.

Mappa di Calore Movimenti Mouse

Questa mostra le posizioni più frequenti del mouse mentre l’utente era sul vostro sito. Nonostante questo dato sia stato in parte accantonato, visto che uno studio ha dimostrato che non c’è una perfetta correlazione tra lo sguardo dell’utente e la posizione del mouse, può comunque risultare interessante vedere quali sono le zone più calde, dove il mouse dell’utente si sofferma di più.

Infine, uno dei dati più ricercati e significativi, la mappa relativa allo scroll della pagina.

Mappe di Calore Scroll

Questa mappa ci indica quanto l’utente sia andato avanti con la lettura della pagina ed è un dato fondamentale sia per gli articoli (per capire se i lettori abbandonano la lettura dopo un certo punto) sia per le landing page, per capire quanto di quella pagina un utente abbia letto.

Infatti, c’è una grande differenza se un utente entra nel sito ed esce subito, oppure se legge tutta l’offerta (nell’esempio della landing page) e poi esce. Nel primo caso il problema può essere dovuto ad un target errato o ad un primo impatto non interessante. Nel secondo caso, invece, l’utente magari era interessato ma non ha trovato la nostra offerta di gradimento.

Questo dato in realtà è disponibile anche con Google Analytics tramite script personalizzati ed eventi, ma non risultano così immediati e facili da interpretare come la mappa di calore.

Si arriva, quindi, all’ultima fase delle tre citate per studiare il comportamento dei tuoi utenti.

I Replay delle Sessioni

Replay della Sessione Utente

Con questo strumento potrai, in forma del tutto anonima, ricreare le sessioni dei tuoi utenti e vedere come hanno interagito con il tuo sito web.

In pratica, vedrai l’utente come in una sessione di screen recording e questo per ogni singolo utente. Chiaramente per grossi siti web, servirà porre dei filtri sul tipo di sessione registrata, altrimenti verrai sommerso dalla quantità di video disponibili.

Ad esempio potrebbe interessarci solo il segmento di utenti la cui visita non supera i 30 secondi, oppure solo quelli che hanno visitato un particolare url, magari caratterizzato con certi parametri che abbiamo impostato e che ne determinino la provenienza (un url lasciato su un volantino o su un sito web in forma promozionale e via dicendo).

Tra tutti quelli elencati, questo è lo strumento che ricrea più fedelmente la sessione dell’utente, pur avendo lo svantaggio di focalizzarsi solo su una sessione, mentre le mappe di calore e analytics forniscono dei valori medi basati su tutte le sessioni (o su un segmento personalizzato a scelta).

Questi sono alcuni degli strumenti più efficaci che puoi utilizzare per studiare il comportamento dei tuoi utenti sul tuo sito web, per consigli, chiarimenti, segnalazione di tool, scrivi nei commenti oppure contattami.

 

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